Fornelli e ricordi: quale parola brucia di più tra le due?

May 30, 2016
in Category: Pasta&food
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Fornelli e ricordi: quale parola brucia di più tra le due?

Fornelli e ricordi: quale parola brucia di più tra le due?

Cucinare, che bei ricordi. L’ho sempre utilizzato come un calmante. Lo facevo anche di notte quando non riuscivo a prendere sonno dopo essermi inflitta i rimedi più incredibili : libri interminabili e noiosissimi, caraffe di infusi con radice di valeriana e camomilla, meditazione tibetana, squat alternato a flessioni. Nulla da fare. Dopo aver sbattuto la testa in ogni angolo dei 12 metri quadrati del minilocale (che è ancora più piccolo di un monolocale) aprivo il frigo, guardavo cos’era rimasto, mi lasciavo catturare dalla fantasia. Puntavo gli occhi su un pomodoro e, nelle mie proiezioni culinarie notturne (forse deliri…), vedevo già una zuppa con pane raffermo, trito di odori e qualche foglia di basilico. Spostavo lo sguardo su un pezzetto di pecorino e mi veniva in mente quella crema con noci e un baffo di rucola da abbinare a pane nero.

Appoggiati sul tavolo gli alimenti prescelti, come un automa iniziavo a versare, tritare, scolare. Terminato di preparare il piatto, più sperimentale che creativo, più goloso che equilibrato, ero stanca ma felice, riposata nel corpo e nella mente. Mi mettevo sul letto/divano e dormivo il sonno dei bambini.

Ora è tutto cambiato. Ho smesso di cucinare da quando la mia gatta se n’è andata. Da un giorno all’altro mi ha abbandonato. Anche lei, senza un motivo. Sta diventando un’abitudine. Quando meno me l’aspetto chi mi sta vicino se ne va.

Molti anni prima lo fece mia madre, purtroppo non volontariamente. Se ne andò in autunno, non aspettò nemmeno la primavera come Marinella nella canzone di De André. Se ne andò in un grigissimo autunno, umido e freddo. Insopportabile.

Mi stavo affacciando al mondo delle donne. Avrei compiuto vent’anni il mese successivo e, a differenza della maggior parte delle mie amiche tutte piene di ormoni e lanciatissime per adescare qualche maschietto, io amavo molto restare a casa con mia madre. Anche perchè ero io che facevo da madre a lei, più che lei a me. Vulcanica, femminista nel più profondo dell’anima, intelligente che odiava gli intellettuali, giocosa ma per gioco, non ho mai incontrato una persona più seria di lei. E’ stata il mio idolo dai 10 ai 15 anni, poi ho iniziato a mettere a fuoco anche i lati insopportabili del suo carattere. La fine del rapporto con mio padre, un uomo duro ma concreto e che, secondo me, l’ha sempre amata più di quello che immaginavano entrambi. Lei ha chiuso la porta e non l’ha mai voluta riaprire nemmeno per sbaglio. Non ho mai capito veramente perchè non si amassero più, ma mi feriva quel suo modo di essere o tutto o niente e poi, da un momento all’altro si scioglieva per una sciocchezza. Sbagliava quasi felice di sbagliare, come una bambina. Ma era bello stare con lei, trascorrere ore in silenzio mentre lei leggeva, io leggevo o studiavo e la gatta dormiva. La mia mamma se l’è portata via un aneurisma. Stava camminando per strada, un pomeriggio di sabato, a un certo punto è caduta a terra, senza nemmeno provare a proteggersi. Chi l’ha vista ha pensato fosse scivolata, ma da lì non si è più rialzata. Se avessi pensato a una malattia per lei, non avrei potuto pensare di meglio. L’aneurisma non dà segni, nessun sintomo: agisce e basta. E quasi sempre in modo definitivo. Proprio come faceva lei.

A me è rimasto il calore dei momenti in cui ci ritrovavamo in cucina. Lei cucinava i suoi intrugli vegani, io una via di mezzo. Rubavo qualcosa da lei, ma poi ho sempre calcato la mano. “Assomigli a tua nonna” – diceva quando mi sorprendeva ad addentare una parmigiana di melanzane o delle generose polpette affogate nel sugo. “Non so come fai a rimpinzarti di tutto quell’olio. O peggio ancora di burro”.

Vegana, femminista, intelligente: non doveva morire così a 55 anni in un pomeriggio di autunno, in mezzo a una strada, proprio davanti a una macelleria equina. Insopportabile. Anche lei l’avrebbe definito così.

 

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