Vuoti a perdere, la storia di Urbano e Marietta

May 29, 2016
in Category: Pasta&food
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Vuoti a perdere, la storia di Urbano e Marietta

Vuoti a perdere, la storia di Urbano e Marietta

E’ il racconto con cui ho partecipato al concorso di Eataly e Scuola Holden di Torino. Tra i quasi mille racconti arrivati ne hanno selezionati 60, il mio era tra questi. 

La prima volta arrivò davanti alla cassa e, senza nemmeno alzare gli occhi, svuotò il sacchetto sul bancone. La cassiera non credeva ai suoi occhi, provò a fermarlo dicendogli: “Guardi che non importava che li riportasse…” ma Urbano, sguardo assente e passo deciso, aveva già preso la via dell’uscita. Il secondo giorno fece uguale. Tra le commesse si sparse la voce: quando arrivava quel mezzo matto con i sacchetti pieni di vasetti di vetro vuoti, si preparavano ad accoglierlo.

Ma quell’ultimo viaggio fu più triste del previsto. Camminava lentamente e le scale sembravano infinite. Era l’ultimo sforzo che doveva compiere prima di tornare da dove era venuto: non avrebbe permesso a nessuno di mandare all’aria il suo progetto.

Tornò a casa alla svelta per mettere in atto l’ultima tragica parte del suo copione: aprì l’armadietto delle medicine di Marietta per cercare i sonniferi ma frugando si accorse che era rimasto un ultimo vasetto di vetro vuoto uguale in tutto e per tutto agli altri riportati al supermercato. “Accidenti – gli sfuggì a voce alta a Urbano – com’è possibile?” Questa volta non era vuoto. Lo prese, lo svitò e sfilò il contenuto. Gli tremavano le mani. C’erano foto del matrimonio dei suoi genitori. C’era lui e Marietta, la sorella più piccola, ancora bambini che giocavano spensierati in cortile. Un’altra con lui militare tutto impettito nella divisa di alpino, un’altra strappata in un angolo, con Marietta, piccola come un uccellino, a passeggio sul lungomare. Era sola e rideva contenta. “Forse gliel’aveva scattata un’amica – pensò Urbano – oppure uno di quei ragazzi che le giravano intorno ma che lei non aveva mai preso sul serio. Com’era bella…” E in fondo al vasetto un bigliettino piegato in molte parti.

A Urbano, il destino ci ha fatto vivere sotto lo stesso tetto, ma è stato l’amore a tenerci uniti.

Tua per sempre Marietta“.

Incredulo, sbigottito, si sentì venire meno le gambe. Si sedette in cucina. In pochi secondi rivide la sua vita scorrergli davanti e capì tante cose. A ogni snodo importante della sua vita rivide quel volto, sentì quella vocina. Marietta gli era stata sempre accanto, amandolo di un amore che, ora era chiaro, non era quello di una sorella. Non sapeva bene cosa fare, rigirò il foglio che teneva tra le mani e gli apparse una scritta impallidita: mamma Rosa e babbo Giustino, morti il 4 aprile del 1942.

Ma perché Marietta scriveva il nome di quegli zii morti quando lui era ancora piccolo? E perché li chiamava babbo e mamma? Allora Marietta non era sua sorella?

Forse Rosa e Giustino non erano nemmeno i suoi zii. Probabilmente Marietta, figlia di amici e poco più che neonata, era stata accolta in casa come una figlia, quando lui aveva circa un anno e mezzo. Chissà quando aveva capito di non essere la sorella di Urbano? Chi gliel’aveva detto? E perché a nessuno, invece, era venuto in mente di dirlo a lui?

Che storia bislacca, incredibile, gli era capitata. Più cercava di capire e più qualcosa gli sfuggiva, sembrava che tutti i protagonisti di questa vicenda si fossero arresi prima di vivere. L’unico conforto era ripensare agli ultimi anni trascorsi insieme a quella donnina magra magra che lui pensava fosse sua sorella.

Pensionati tutti e due, senza eredi né amori, la loro vita sarebbe stata una grande noia se non fosse stato per la passione immensa che coltivavano entrambi per la cucina. Ricordavano spesso i loro genitori che, nonostante la povertà, erano riusciti a mantenere un rispetto cerimonioso, quasi sacro, per il cibo. Le pesche bianche messe sotto vaso, le salse preparate con le erbe selvatiche trovate nei campi, i dolci delle feste fatti lievitare settimane prima. Anche per il semplice sugo di pomodoro la madre di Urbano e Marietta, con poche ma abili mosse, esercitava la sapiente arte delle donne romagnole: scottava i pomodori che andava a raccogliere nell’orto, poi li spellava; aggiungeva spezie, un po’ di cipolla tritata, un pezzetto di zucchina, il resto di un peperone e preparava un sughetto da leccarsi i baffi.

Lo stesso sugo che molti anni dopo i due fratelli, per caso, ritrovarono già preparato sullo scaffale di quello strano supermercato dal nome Eataly, nel centro storico della loro Forlì. La prima volta entrarono per curiosità, attratti dalle confezioni ben presentate, e si trovarono davanti a prodotti molto diversi da quelli che acquistavano nel negozietto sotto casa. Affascinati dalla cura con cui erano rivestiti ne provarono alcuni, e la sorpresa di ritrovare profumi e sapori di una volta regalò loro una grande emozione.

Senti, senti, queste pesche al moscato” pigolava Marietta con la sua vocina allenata a recitare il rosario mentre allargava gli occhi come in estasi. “Sono state sciroppate con la buccia, proprio come faceva la mamma. Uhm, si sciolgono in bocca”.

E questo sugo al pomodoro e verdure – le faceva eco qualche ora dopo a cena Urbano – cosa ti fa venire in mente? Ti ricordi quando mamma, il venerdì, per non mangiare carne preparava il sugo rosso, quello più ricco del semplice pomodoro? “Ma come avranno fatto quelli lì? – borbottava quasi stupita Marietta – Oggi la verdura che si compra non ha più il sapore di quella di una volta, sembra di mangiare plastica”.

Marietta era diventata talmente appassionata dei prodotti di Eataly che custodiva con cura maniacale anche i vasetti delle confezioni. Dopo aver terminato il contenuto li puliva con attenzione sia all’interno che all’esterno. Poi dopo averli fatti asciugare li riponeva nella dispensa uno dietro l’altro, dal più piccolo al più grande, accanto alle altre centinaia di vasi collezionati chissà quando e chissà perchè. Sembravano tanti cimeli, trofei della loro piccola caccia culinaria. “Vedrai, un giorno o l’altro torneranno utili, sono così carini…” Urbano non vedeva di buon occhio tutti quei vasi vuoti. “Se non ti servono buttali, tanto marmellate o conserve non le hai mai fatte”. Ma lei nulla, testarda, aveva le sue manie. Era diventata un’ossessione.

Le loro giornate ormai erano scandite dalle visite al supermercato, dall’imbarazzo davanti ai prodotti, dalle prove di sapore seduti al loro tavolo e dal riporre le confezioni pulite nello scaffale della dispensa che ormai non si chiudeva più. Riempita la dispensa, Marietta iniziò a riporli in cantina. Si accedeva dall’appartamento, due rampe di scale poco illuminate e si arrivava nel sotterraneo che ospitava vecchi bauli, trecce di aglio, corone di peperoncini e qualche buona bottiglia di vino che faceva capolino dall’alto degli scaffali.

Ma proprio su quelle scale, in una delle quotidiane discese verso la cantina, Marietta, purtroppo, scivolò. Frattura scomposta del femore. Si era messa a letto e piano piano si era spenta. Da quel momento Urbano, suo malgrado, aveva preso in mano le redini della casa. Andava lui a fare la spesa. E proprio per cercare di soddisfare sua sorella, tornava a casa ogni giorno con la borsa piena di vasetti di salse, salsine, sughetti, frutta sciroppata. Ne apriva due o tre per volta. Prima leggeva ad alta voce gli ingredienti, poi glieli faceva annusare. Ma lei nulla, non mangiava, non voleva assaggiare nemmeno i suoi preferiti. Era come se da un giorno all’altro avesse deciso di lasciarsi morire. Così Urbano, nella disperazione più totale, per accontentarla iniziò a fare quello che faceva Marietta: dopo aver consumato i vasetti li puliva e li accatastava. Anzi mentre li lavava spiegava ad alta voce cosa stava facendo sperando che sua sorella, immobile nell’altra stanza, con l’ultimo guizzo di vita, potesse urlargli “Sei bravo, così si fa…”. Un riconoscimento che gli avrebbe scaldato il cuore, come una carezza inaspettata dell’amata.

Ma quando sua sorella morì quei vasetti pieni di niente gli diventarono odiosi. Non li poteva più vedere. Non poteva sopportare tutto quel vetro vuoto. Vuoto com’era diventato l’appartamento. Vuota come la cucina senza la vocina di Marietta. Vuota come la sua vita senza qualcuno con cui condividere le giornate sempre uguali.

Una notte, in cui non riusciva proprio a prender sonno, si alzò, scese in cantina e prese tutti i vasetti sugli scaffali. Poi aprì la dispensa e come se fosse indiavolato, tirò fuori anche quelli. Erano tantissimi. Li radunò in cucina, tutti sul pavimento. Si disse che ogni giorno ne avrebbe portati un po’ via per non averli più sotto gli occhi.

Una volta le bottiglie di vetro vuote, riportandole in negozio, davano il diritto ad avere indietro dei soldi. Ma ora i vuoti a rendere non esistevano più. C’erano solo i vuoti a perdere, da buttare via, proprio come si sentiva lui ogni giorno che passava.

Finita la salsa, in ogni vaso di vetro, restano qua e là le tracce del contenuto ma dopo un passaggio sotto l’acqua nemmeno quelle. Nessuno saprà mai quale delizia è stata custodita. “Siamo solo tracce – pensava Urbano tra sé e sé – tracce che, con una passata di spugna, spariscono. Resta il vetro, che per noi è carne e ossa, ma io non so più che farmene. Non so più cosa metterci dentro”.

Svuotato di tutto, Urbano iniziò a coltivare l’idea che doveva trovare il modo di liberarsi di tutto quel vetro e farla finita. Pensò di portarli tutti a Eataly. Gli servirono più di una decina di viaggi.

E proprio il giorno in cui terminò quel viavai il destino gli fece trovare quell’ultimo vasetto vuoto con all’interno custodite le testimonianze di una vita che non sapeva di aver vissuto. C’era lo zampino di Marietta, ne era sicuro. E ora che avrebbe dovuto fare? Il fatto era che anche davanti a una rivelazione così grande restava l’amaro in bocca, sentiva di aver vissuto una vita non sua. Qualcun’altro, senza chiedergli il permesso, si era preso la sua parte.

Pensò alla follia di quella donna che l’aveva accompagnato per tutta la vita, amandolo come un uomo e fingendo di essergli sorella.

Uscì in terrazzo e raccolse un po’ di terra da infilare nel vasetto. Si accomodò attorno al tavolo e iniziò a giocare come un bambino con la sabbia. Riempiva e svuotava. Alla fine premette ben bene la terra dentro il vaso, posò con cura un fagiolo secco preso dalla dispensa, lo ricoprì e lo bagnò con un po’ di acqua. Il pomeriggio terminò molto in fretta. Urbano andò a letto presto, senza cenare. La mattina si svegliò con un grande appetito e andò a fare colazione. A Eataly. Una delle commesse lo riconobbe e gli chiese come andava. Urbano senza abbassare lo sguardo, le fece un sorriso e disse “Oggi bene. Mi è tornata fame e sono anche riuscito a riempire un vaso vuoto”. La donna lo guardò in modo strano. “Lei non può capire – continuò Urbano – ma alla nostra età i vasi vuoti provocano molta tristezza. E io non voglio più essere triste. Ho già trascorso una vita mezza vuota. L’altra parte, per quel poco che mi resta da vivere, vorrei riempirla a modo mio, anche fossero solo ricordi. Ma quel vaso ora lo voglio sempre pieno”.

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